Allarme stress in gravidanza: le mamme possono trasmetterlo attraverso la placenta

Ritmi frenetici, tensione sul lavoro, discussioni quotidiane: un carico di stress che non risparmia nessuno, incluse le donne in dolce attesa. A pagarne le conseguenze però non sarebbero solo loro: secondo recenti ricerche, l’accumulo di stress viene trasmesso al bambino attraverso la placenta, causando effetti dannosi.

I maschi ne risentirebbero maggiormente rispetto alle femmine: la proteina che è coinvolta nel processo di sviluppo cerebrale reagisce allo stress diversamente, mostrando una maggior sensibilità da parte dei bambini di sesso maschile. Secondo gli scienziati, i disturbi provocati dallo stress servirebbero a spiegare l’insorgere di malattie quali la schizofrenia e l’autismo, che in genere colpiscono i bambini in tenera età. Infatti, la maggior parte dell’esperienza vissuta dalla donna durante la gravidanza, in termini di emotività e sensazioni, viene scaricata sulla placenta e trasmessa inevitabilmente al feto.

In seguito alle ricerche eseguite, è stato identificato un enzima chiamato OGT, che provocherebbe un vero e proprio cambiamento nei geni responsabili dello sviluppo di funzioni a livello neurologico, come la regolazione delle proteine e le connessioni tra le cellule nervose. L’analisi della placenta dopo il parto di un bambino maschio ha evidenziato un calo nella quantità dell’enzima OGT, che dovrebbe proteggere il cervello del feto durante il periodo della gestazione: i maschi alla nascita presentano una dose inferiore di proteine.

Questo segnale di riconoscimento si rivelerebbe indispensabile per comprendere quanto e come i bambini siano sottoposti a possibili danni futuri, dovuti allo stress delle mamme durante la gravidanza: l’obiettivo degli scienziati è quello di arrivare al punto di predire il manifestarsi del disturbo nello sviluppo neurologico.

 

 

 

 

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“Trent’anni in un secondo”: aria di crisi?

 

Nella vita di una giovane donna si susseguono una serie di tappe importanti: il primo ciclo, la fresca libertà dei diciott’anni, le feroci battaglie tra cuore e cervello nel rincorrere relazioni complicate.

Tutto procede come in un film, dove i successi si alternano allo sconforto, spazzato via dalle giornate in compagnia delle amiche di sempre, dove i progetti contano più di ogni eventualità di fallimento.

Rispetto a cinquant’anni fa è cambiato molto: un’evoluzione costante e rumorosa ha rispolverato l’innato bisogno di indipendenza e di realizzazione, ci si è sentite improvvisamente strette in quelle quattro pareti sempre uguali. Ed è stato allora che si sono spalancate le finestre dei sogni, si è avuta la possibilità di conoscersi, ma soprattutto di riconoscersi: ognuna con il suo pezzetto di strada da percorrere, tutte unite dal bisogno di esserci.

Scegliere è stata la vera novità: che si trattasse di iscriversi all’università, di iniziare a lavorare come impiegata o segretaria o magari come hostess di volo, di montare sui tacchi e trovare la propria strada nel confuso labirinto del mondo. Non meno che seguire il proprio istinto di mamma e moglie, guardare il proprio corpo trasformarsi nell’accogliere la vita.

Oggi molti di quei percorsi costruiti con sana ambizione sono stati stravolti da un momento storico estremamente difficile, in cui il mondo sembra essere impazzito e aver cominciato a non girare più: non c’è spazio per l’economia della soddisfazione, per la politica volta alla vera crescita internazionale, per la società del benessere dove si sappia stare l’uno accanto all’altro senza prendersi a gomitate.

Ed è crisi ovunque, anche nei sogni convinti di quelle giovani ragazze: la ballerina del carrillon è incastrata, la musica continua e tutto quello che può fare è guardarsi riflessa nello specchio.

Intanto il tempo passa, le scelte diventano forzate, il respiro lotta per non farsi spezzare dall’ansia e quasi senza accorgersene conserva il fiato necessario a sigillare un altro importante traguardo, soffiando emozione su 30 candeline luminose.

Molte ragazze descrivono i trent’anni come la fine dei “giorni gloriosi”, mentre altre cominciano a dedicarsi anima e corpo al desiderio di maternità, come se fosse giunta l’ora di cambiare pensieri.

Alcune ricerche spiegano che sentirsi inspiegabilmente insicure del proprio lavoro e della propria relazione sentimentale potrebbe costituire il primo sintomo di quella che è nota come “crisi dei trent’anni”. Uno dei motivi può essere ricondotto alla convinzione sbagliata di dover raggiungere tutti o quasi gli obiettivi che ci si aspettano da una donna di trent’anni: pensare di dover avere un lavoro, una bella casa, il pensiero di dar vita ad una famiglia.

E se le aspettative deludono la realtà, come succede molto spesso, ci si inizia a sentire in colpa per non essere state in grado di rendere la propria vita “come doveva essere”.

Ma è un processo che può essere evitato, fermandosi a riflettere per tempo su quello che sta accadendo nella propria vita, tracciando un bilancio mentale a metà tra passato, presente e futuro.

Riconoscere i sintomi per tempo è il primo importante passo per evitare di demolire il traguardo dei trent’anni con un carico inaudito di stress e riconoscere così che si è nel posto giusto, con tutto (o quasi) ciò di cui si ha bisogno in quel momento.

Possono distinguersi 12 campanelli d’allarme da prendere come avvertimento per evitare un’eventuale crisi. Il primo consiste nel provare un senso di inadeguatezza, sentire di non essere all’altezza del momento e per reazione concentrarsi sull’avere tutto e subito: casa, marito, figli e soprattutto una dose di pressione incontenibile. Il secondo sintomo è mentire sulla propria età, quando durante una serata o un evento si viene messe con le spalle al muro dalla fatidica domanda:”Quanti anni hai?”. Il terzo è quello di svalutare i propri successi passati e recenti, quelli che un tempo si erano conquistati ore di ringraziamenti e festeggiamenti: improvvisamente non sembrano più così importanti. Il quarto sintomo colpisce invece l’insicurezza riguardo agli appuntamenti e alle relazioni sentimentali, soprattutto in seguito ad una recente rottura. Si comincia a provare una sorta di rimorso, quinto campanello d’allarme, relativamente alle possibilità perdute: “se avessi accettato quel lavoro”, “se non avessi cambiato città” sono pensieri che attanagliano la mente di molte donne. Per non parlare dell’incertezza economica: il sesto sintomo che porta a pensare di aver speso più di quanto ci si sarebbe potuto permettere, trascinate dall’entusiasmo dei primi stipendi. E conseguentemente si iniziano a nutrire i primi dubbi sul proprio lavoro, a scoprirsi insoddisfatte per aver scelto una strada che assicurasse solo una salda base economica, senza preoccuparsi troppo del fatto che fosse un’occupazione che non rispecchia abbastanza la propria persona. Si inizia a non sentirsi più se stesse, come se ci si dimenticasse di colpo tutta la strada percorsa fino a quel momento, tutti i sacrifici e le soddisfazioni di un cammino che dura da molti anni. Ed è allora che comincia il confronto con i propri colleghi, amici o nemici, per fare un bilancio ravvicinato di quello che va e non va nelle loro vite, se a loro sia andata meglio o peggio. Diventano ore intere quelle che si passano a riflettere, avvertendo sempre più il bisogno di stare sole, rifiutando inviti e appuntamenti. In alcuni casi, può succedere di essere vittima della “sindrome dell’impostore”, un fenomeno psicologico per il quale risulta difficile interiorizzare, dunque riconoscere, i propri successi come tali. In questi casi, è importante annotare le proprie vittorie quotidiane e prendere l’abitudine di rileggerle quando si è particolarmente negative riguardo alla propria vita. E’ come stare su un’altalena da molto tempo e avvertire il bisogno di piantare i piedi a terra e ritrovare il proprio equilibrio e il proprio benessere, messi a dura prova da relazioni sentimentali sbagliate e lavori ad alto tasso di stress.

La soluzione più efficace sembra essere quella di ricordare che è nato tutto dai progetti che hanno attraversato quelle quattro pareti, ambizioni realizzate che vanno fiere degli anni che portano sulle proprie spalle.

 

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“Sincerità? In punizione!”

Trattata come la più indisciplinata delle alunne e come la più impertinente delle bambine, non tarda ad arrivare la solita polemica aria di protesta dipinta sul volto.

Me la immagino così la Sincerità, con i suoi musi lunghi alternati a verdetti puntuali e misurati.

Una bimba con i capelli raccolti in lunghe trecce colorate da nuvole di lentiggini, lo sguardo fiero al limite del presuntuoso, ma pur sempre furbo e vispo.

Figlia del Rispetto e della Verità, poco in comune con la sorella Pazienza, spesso scambiata per la gemella Acidità.

Dispettosa per natura, fastidiosa e scomoda come solo la Verità sa essere; non si concede a tutti, ma si posa su ognuno quando lo decide lei, l’Ape regina delle parole.

Non ama essere confusa o messa da parte, figuriamoci nascosta: eppure è quello che succede quasi sempre.

Mentre si parla con qualcuno, soprattutto se non lo si conosce affatto o al contrario troppo, si tende ad evidenziare mentalmente tutte le caratteristiche che ci passano per la testa, anche le più assurde.

E ascoltando ciò che ha da dire, ne elogiamo pregi e ne descriviamo difetti.

Parlare con una persona interessante ed intelligente è sempre piacevole, almeno fino a quando la considerazione che ha di sé non supera il limite, sconfinando nella presunzione.

Ed è proprio allora che quella Sincerità impertinente ti solletica la lingua e ti costringe a trattenerla al sicuro tra i denti; le parole che avrebbe voluto sentirti dire scorrono come titoli di coda, composti e silenziosi, ma nella tua testa.

“Sai che se ti fermassi qui, se non proseguissi oltre aggiungendo frasi per incrementare l’immagine che vorresti dare di te al mondo, risulteresti più simpatica?”.

E se non fosse che tante cose non si dicono per paura di risultare offensivi, esagerati o di colpire in qualche modo la persona in questione, forse la Sincerità la metteremmo un po’ meno in punizione.

La lasceremmo parlare di più, perché i sorrisini pieni di astio non piacciono a nessuno.

Sarebbe preferibile sentirsi dire la verità – anche se non sempre piacevole – oppure continuare ad annuire tenendoci stretti i pensieri?

 

 

 

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Sottile come un bisbiglio: la violenza psicologica

E’ un sussurro, un serpeggiare svelto, un colpo silenzioso di frusta nell’aria.

Troppo spesso mancano le parole per descriverla e questo le ha permesso di essere l’incubo inconscio di tante donne quanti uomini.

Che sia nell’ambito familiare o in quello sentimentale, sempre di rapporti interpersonali si parla: la differenza la fa realmente il marchio che lascia.

I fatti di cronaca degli ultimi mesi, le donne uccise in nome di un amore più disperatamente invocato che realmente provato (http://weandmen.style.it/2012/03/06/perche-quel-silenzio-e-un-proiettile-gia-conficcato-nel-cuore/) non fanno altro che testimoniare quanto la violenza si sappia nascondere bene nella distanza tra una carezza e uno schiaffo.

E raccontano di quanto rimanga incastrata lì, in quella vergogna, in quell’auto senso di colpa inspiegabilmente severo e perforante, in quella voce tremante spezzata dallo sguardo assente.

Di amare sono capaci in pochi, di amare male in molti di più.

Di accettare un non amore così, troppi.

La violenza è crudele sempre con la stessa intensità: i lividi neri sulla pelle sono le percosse sull’anima.

I primi si vedono a occhio nudo, le seconde sono nascoste da un velo di omertà.

Ma entrambi ci sono ed entrambi sono il simbolo di qualcosa che svuota invece di riempire, che fa male invece di fare bene.

Non se ne parla abbastanza perché si fatica ad accettarlo, comprenderlo, quel dolore sordo a cui non si sa dare un nome non meno che una spiegazione.

Come può una persona che ama essere anche quella che può fare più male?

Non volersi rispondere a questa domanda equivale a non scoprirlo mai, probabilmente a farsi riempire gli occhi di lacrime sfinite dalle aspettative deluse da quello che si pensava fosse amore.

Siamo poco educati al sentimento, non abbastanza incuriositi dal ricercare la chiave per far bene a noi e subito dopo agli altri.

Come se il peso di quelle risposte potesse farci più male delle domande stesse.

L’amore è irrazionale, ma siamo esseri dotati di una razionalità salva-vita: e se quello non è amore, ha ancora senso parlare di irrazionalità?

Una violenza psicologica è quanto di più atroce può capitare all’anima di una persona, ma forse il punto è che non capita, succede, intenzionalmente.

E altrettanto volontariamente spesso diventa una normalità che prima sarebbe stata considerata anormale.

Se non si scava fino al meccanismo che la controlla, che sta alla base e divora anche quel briciolo di coscienza rimasta, l’infelicità sarà la compagna di vita assicurata.

Un “ti amo” avrà lo stesso peso di un “fai schifo”, un complimento di un’offesa, un gesto di attenzione di un gesto d’ossessione.

A volerla guardare quella violenza, prima di essere interiorizzata da chi la subisce, la si legge negli occhi, nel timbro di voce, nei gesti suadenti di chi la pilota.

C’è e si vede. E’ un attimo forse, sparisce di un baleno, ma è in agguato per la volta successiva.

Quanti continuano a non accorgersene? A farsi distrarre dal sogno di un amore che non esiste? A non lasciarsi svegliare dall’incubo che si provocano accettando tutta quella sofferenza?

Si dice che il primo passo per la trasformazione è l’accettazione, ma per accettare bisogna scoprire e per scoprire bisogna guardarsi.

Forse dovremmo guardare più nei nostri occhi e meno in quelli di chi violenta.

Entrambi parlano, entrambi dicono la verità.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Donne spodestano gli uomini dal trono dei più intelligenti: provocazione, sorpresa o semplice verità anacronistica?

“Svolta storica: le donne sono diventate più intelligenti degli uomini” è il titolo più gettonato sulle testate cartacee e online di questo lunedì mattina.

Approdato faticosamente alla scrivania dell’ufficio, imbottigliato nello stressante marasma di macchine di inizio settimana o preda di quegli estremi cinque minuti di ritardo consentito, c’è chi avrà spostato lo sguardo su un’altra notizia e chi si sarà messo a contare persino le virgole di quell’articolo.

Uomini che accompagnano il primo caffè della giornata a teorie millenarie e circolari come il posato e prevedibile movimento delle dita che guidano il cucchiaino, donne che strappano bustine di Dietor con un gesto imperfetto, ogni volta diverso.

Le differenze che ci completano sono visibili anche nei piccoli movimenti: il modo di suonare il clacson, quello di rispondere al telefono o quello di salutare i bambini prima di lasciarli entrare a scuola.

Eppure negli uomini sembra trasparire una tranquillità di fondo, che non pare minata dall’ansia per il posto di lavoro di prestigio o per il trasloco post separazione: quelli sono stress passeggeri, aggiuntivi, che non hanno nulla in più rispetto alla pressione quotidiana di cui sono preda le donne.

E che sembra le faccia invecchiare più velocemente: è stata pubblicata qualche giorno fa la ricerca condotta dal Brigham and Women’s Hospital di Boston, secondo la quale le donne affette da ansia fobica avrebbero i telomeri più corti.

Questo vuol dire che le estremità del loro DNA, essendo più ridotte favoriscono un invecchiamento cellulare accelerato rispetto a quello degli uomini, dotati di telomeri di lunghezza maggiore.

La differenza tra una donna non affetta da ansia fobica e una che al contrario ne è affetta è pari a sei anni di invecchiamento cellulare, non proprio uno scherzo.

Ma il fatto che le donne siano preda dello stress più degli uomini è probabilmente dovuto alla loro capacità di essere “multitasking”, stessa dote che sembra aver loro garantito il podio delle più intelligenti nella categoria genere umano.

Le testimonianze che certificano questo sorpasso sono basate sui risultati di test sul quoziente dell’intelligenza (QI) ; nonostante si sia sempre dibattuto sull’effettiva veridicità del metodo, si continua ad utilizzarlo in ogni ambito possibile per provare la supremazia di un sesso o di una razza sulle altre.

Come conseguenza inevitabile della modernità, ogni decennio i risultati del test crescono di tre punti, in quanto i cervelli di entrambi i sessi si sono dovuti adattare alla vulnerabilità della realtà.

Stavolta sembra che il cervello della donna abbia conquistato qualche punto in più: incastrare gli impegni relativi a famiglia, lavoro, tempo libero, pulizie, spese, estetiste, parrucchieri e tutto l’entourage del caso ha comportato il rovesciamento dei ruoli.

Le donne si sono evolute più velocemente per circostanza, necessità e predisposizione; la storia insegna che da millenni il loro ruolo è sempre stato il perfetto connubio tra la veste pragmatica e quella intellettuale.

Non che gli uomini siano stati da meno, ma lo sono stati in modo diverso.

E chissà che stavolta non sappiano accettare sportivamente la sconfitta.

 

 

 

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Quel coraggio che ci rende italiani

Sono qui in cucina, che alterno una forchettata di fragole ad un’occhiata all’orologio a parete.

Sono le 11, i libri e le dispense sono sul tavolo, ancora troppo poco sfogliati e sottolineati.

C’è solo una frase che mi rimbomba in testa: “dobbiamo essere forti”.

Oggi c’è il sole su Roma, dopo infinite e noiose ore di pioggia autunnale in pieno Maggio; è un tepore che riscalda e abbraccia i cuori di chi sta soffrendo, illumina le menti di chi sta ricordando e gli occhi di chi sta combattendo.

Gli ultimi sono stati giorni italiani difficili, atroci, forse impossibili da gestire, da capire, da accettare.

In ogni luogo si continua a dire e sentir dire che c’è crisi, che stiamo affondando sul Titanic della precarietà, che per far quadrare i conti si stanno tagliando via troppe vite, oltre che troppi soldi.

“Siamo come la Grecia, solo che non lo si dichiara apertamente, si fa finta niente” è una delle frasi che si leggono più spesso sui giornali e sul web.

E intanto il futuro traballa.

Il sorriso di Melissa ce l’abbiamo stampato nello sguardo attonito, il numero di vittime dei terremoti al Nord Italia ce l’abbiamo impresso nella mente, quella foto di Falcone e Borsellino in bianco e nero la custodiamo orgogliosamente nel cuore.

Non sai mai quanto sei forte, finché essere forte non è l’unica scelta che hai” scrive Chuck Palahniuk.

Lo sanno bene le mamme: Rossella Boriosi ha dato un volto a quella paura mascherata obbligatoriamente da forza nel suo ultimo post, volutamente “Senza titolo”, perché con la gola stretta dal panico non si riesce ad emettere un fiato. (http://trefigli.style.it/2012/05/21/senza-titolo/)

Lo sa la mamma di Melissa, ricoverata in ospedale da giorni dopo la notizia della morte di sua figlia e insieme a lei ne sono consapevoli le mamme di Veronica, Vanessa e delle altre ragazze rimaste ferite nell’attentato di Mesagne.

Ma soprattutto lo sa il papà di Melissa, che durante il funerale non ha mai staccato gli occhi dai piedi dell’altare, dove si trovava disteso il corpo della figlia senza vita, stringendo forte tra le braccia una grande foto di sua moglie, sorridente e serena.

Era lì a lottare contro il suo dolore quell’uomo di una preziosa dignità, contro una violenza tanto inaudita quanto imperdonabile.

E’ questa la forza che ci rende umani, che ci dà la possibilità di sopravvivere quando tutto crolla sulla nostra testa.

Anche quando a crollare è il tetto della propria casa, quando una scossa di terremoto spacca la terra e penetra nella realtà rendendola surreale, al pari di un incubo da svegli.

Quando si hanno ottant’anni e ci si trova a precipitarsi giù per le strade, richiedendo al proprio corpo uno sforzo ben maggiore di quello che sarebbe in grado di sopportare.

Quando se ne hanno cinque di anni, e si rimane distesi sotto un cumulo di macerie per cinque ore, in attesa di tornare a vedere la bocca di chi ti rassicura invece di sentirne uscire la voce lontana, ovattata e pericolosamente distante.

In quei momenti è la forza che vive per noi, la paura arriva dopo, seguita dalla disperazione e dalla più tagliente delle incredulità.

E come si fa ad essere forti, quando succede?

Come si fa a non piangere lacrime arrabbiate pensando a Mesagne, impotenti immaginando il terremoto, commosse ricordando Falcone?

Come si fa a non puntare i pugni sul tavolo e urlare “NO!”, ogni volta che aumenta il bilancio di morti per eccesso di tasse da pagare?

Siamo davvero sicuri che la crisi non riguardi più la nostra serenità, che il nostro portafogli?

Non esiste nessun pulsante da premere in caso di emergenza, nessuna maniglia da tirare e nessun segnale luminoso con la scritta “Uscita di emergenza”.

Esiste un coraggio tutto italiano, che di tanto in tanto cede il passo alla paura, ma che poi, in un modo o nell’altro si rialza e continua a correre.

Talvolta di pari passo, molto spesso rimanendo indietro di qualche metro o chilometro, ma portando sempre alta la bandiera tricolore.

Smettiamola di fare finta di niente, il nostro Bel Paese è davvero in grave difficoltà, ma ha bisogno di combattenti agguerriti e sì, arrabbiati, come bufali impazziti, che lo difendano e lo riscattino a suon di diritti.

Se lo merita, ce lo meritiamo, il diritto alla felicità.

 

 

 

 

 

 

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25 Aprile oggi: sessantasette anni di respiri liberi, alla ricerca della Felicità

Venticinque Aprile millenovecentoquarantacinque: questa data merita di essere scritta in ogni forma, a numeri e parole, con caratteri colorati e cubitali perché non sia mai sbiadita dal tocco del tempo.

Sono passati solo sessantasette anni, dico solo perché la libertà non dovrebbe neanche avere un’età: dovremmo nascere tutti liberi e padroni della nostra vita, consapevoli di avere il potere di decidere come vivere ogni attimo di respiro.

Eppure prima di quel 1945, il diritto imprescindibile alla libertà umana era un’utopia, vera e propria.

Essere una ragazza di vent’anni e dover nascondere l’amore per il proprio Dio, il sogno di una femminilità appena sbocciata, persino le lacrime dagli occhi, perché c’erano sguardi con cui era vietato incrociarsi: quella era vita?

Spesso mia nonna mi racconta degli americani, delle calze e della cioccolata, delle sigarette e del coprifuoco per evitare un apprezzamento di troppo: le brillano gli occhi, le vedo ancora un’imbarazzata incredulità impressa nelle pupille.

E poi quella stessa emozione la vedo scendere giù per le guance, quando rivive con il pensiero i momenti in cui mio nonno la aspettava sotto alla finestra, all’angolo del palazzo, soltanto per regalarle uno sguardo: anche il cuore sembra riprenderle a vivere con gli stessi frenetici battiti.

Ma sembra rallentare fino quasi a spegnersi, mentre cerca le parole giuste per descrivermi il fragoroso rumore delle bombe, “un rumore Valentina, un botto, un boato che non ti puoi immaginare”.

E le dico che no, non posso, ma nutro una sorta di silenziosa ammirazione nei suoi confronti per continuare a saper convivere con quell’orrendo ricordo.

Perché ricordare in questo caso vuol dire aver avuto il privilegio di essere sopravvissuti, vuol dire essere testimonianza vivente e diretta di quello che per molti non è mai potuto essere un ricordo, al contrario è stata la fine: della vita, dei sogni, del futuro.

Ci sono voluti anni, vite, sangue, dolore e lacrime a mettere un punto all’ideologia nazifascista: alla fine solo la morte è riuscita a smembrarla, senza vendetta e senza vittoria.

Così oggi ci troviamo a festeggiare non solo l’anniversario, ma anche il compleanno di una libertà della quale non siamo poi stati privati in prima persona: spegniamo le candeline per coloro che c’erano e che non ci sono più, per coloro che l’hanno pianta sofferta aspettata e forse mai vista.

Mentre soffiamo sulla torta, come è buona consuetudine, chiudiamo gli occhi ed esprimiamo un desiderio: possibilmente lo stesso, che poi non serve neanche dirselo per mettersi d’accordo su quale scegliere; rigorosamente in silenzio, che poi dicono che non si avveri.

Questa data è come un tatuaggio, un muro di Berlino invisibile che continua a cadere a ripetizione per rivivere quella sensazione, sì, proprio come il primo respiro dopo mesi di coma.

Da quel venticinque Aprile il mondo ha ricominciato a respirare, magari un po’ affannosamente, con qualche starnuto e colpo di tosse di troppo, in alcuni casi con un’asma che sembra non voler guarire.

Ma respira. E noi, noi respiriamo come lui? Ci sentiamo liberi?

In questi anni gli scaffali delle librerie sono sempre più stracolmi di titoli che incentivano a seguire la voce della propria interiorità per raggiungere la serenità duratura.

Forse è azzardato poter parlare di stabilità in un pianeta che non sa stare neanche fermo su sé stesso, ma si può cercare una sorta di equilibrio personalmente dinamico.

Si può partire dalle piccole domande, dalla faccia stanca e assonata riflessa nello specchio ogni mattina, dai movimenti lenti e posati prima di andare a dormire, dall’insolita immobilità di quando si beve un bicchiere d’acqua.

Ci si scopre fortunati a poter prenotare un volo per Parigi; sorpresi per dover sopportare ancora lunghe file al supermercato, dal dottore, alle poste; orgogliosi per riuscire a terminare in tempo un lavoro difficile.

Ma ci si può sentire anche spaesati nel ritrovarsi sbattuti fuori dalla porta del cuore di qualcuno che diceva di amarci; intrappolati e prigionieri in un relazione che toglie più che dare; insicuri e fragili nel deglutire parole che sembra impossibile lasciar pronunciare alla bocca.

In quei momenti non ci si sente liberi, ci si scorda di esserlo: la Festa di oggi può servire a ricordarselo.

“Non permettere a nessuno di dirti che quello che desideri è irraggiungibile, se hai un sogno devi difenderlo, se vuoi qualcosavai e prenditela!” recita Will Smith nel film “La Ricerca della Felicità”.

Vai, sei libero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La vita non ha tempo, l’amore non ha taglia: di solito si misura quanto ci si ama?

“Penso che se diventassi come voi sarei la ragazza più felice del mondo”. Ce lo disse circa un anno prima Ginevra, con il sorriso sincero di chi è poco convinto. Poi quel disastroso incidente, lei al volante e il volto della sua migliore amica sfigurato per sempre.

Ginevra ci diventò davvero più magra di noi, ma era la ragazza più spezzata del mondo.

A guardarla girare per la scuola ti si stringeva il cuore, lo sguardo completamente perso, un corpo devastato dal dolore che si muoveva ormai soltanto per inerzia.

Aveva dei begli occhi azzurri, Ginevra, ma quella luce sprezzante che emanavano era stata di colpo inghiottita, forse per sempre.

E noi, io e la mia amica, dai nostri piccoli corpi sottili la abbracciavamo con lo sguardo, come tutti gli altri, quasi per provare a restituirle ciò che aveva perso.

Senza chiederci se qualcun altro con noi avesse mai fatto lo stesso.

Nessun incidente automobilistico ci aveva visto coinvolte, nessuna violenza apparentemente esterna ci aveva divorato a morsi l’anima: il nostro dolore era silenzioso, solitario e schivo.

Persino tra noi evitavamo di parlarne, perché erano proprio le parole che facevamo fatica a lasciar uscire fuori. Eppure so che per mesi abbiamo avuto in comune con Ginevra molto più di quell’aspetto spettrale e privo di vita.

Volevamo essere brave a scuola, brave nell’amicizia, brave nell’amore che sembrava non volerci mai sfiorare – mentre in realtà eravamo noi che con una doppia mandata di chiave lo avevamo chiuso fuori dalla cassaforte dei sentimenti.

Brave per mamma, ma soprattutto per papà, che sembrava racchiudere il centro dell’impossibilità dell’espressione, la combinazione impossibile per sbloccare una valigia di emozioni che era diventata fin troppo pesante.

Ci stavamo arrendendo, insieme, come due piccole guerriere stremate che hanno difeso più che difendersi: nessuno ci aveva curato le ferite, il dolore si era fatto insopportabile.

Ma forse eravamo sole più per scelta che per circostanza.

Pensavamo di essere belle, di una bellezza sfiorita e spenta, grigia e malinconica; la intravedevamo ogni volta che i nostri sguardi si incrociavano nello specchio del bar vicino alla scuola.

Ma per noi, morbide sin dall’infanzia, quella trasformazione da non più bambine a quasi donne significava adeguarsi ad un modello, in quanto tale impeccabile e imprescindibile.

Televisione, moda, riviste: fornivano solo un’ icona con la quale confrontarsi; ma sbaglia chi crede che sia quell’icona la causa di tutto.

Ogni persona ha una sua storia, che non va mai data per scontata, al contrario bisogna imparare a saperla ascoltare a qualsiasi età. Non importa se si pensa che in sedici anni non possa essere successo niente di rilevante, togliere importanza a quel numero a due cifre può significare togliere vita al proprio corpo.

Noi sedicenni di ieri e ventenni di oggi siamo figli di una generazione che ha visto perdere il controllo sulla nostra crescita, ci ha visti passare ore con le dita impegnate a premere freneticamente i tasti del “Game Boy”, ad armeggiare concentrati con un lettore dvd e a sederci davanti ad un computer non per lavoro, ma per divertimento e ancor di più per esperimento.

E quanti genitori, quanti coetanei che invece erano tenuti a debita distanza dal pericolo Internet possono avere idea di quanti click si possono fare in pochi minuti?

Ve lo dico io: tanti. In alcuni casi, anche troppi.

E tutto per lo spasmodico bisogno di comunicare, per avere la certezza di essere compresi da un proprio coetaneo in ogni momento: quando si litiga con il professore, con la propria madre, con la propria amica del cuore.

Basti pensare all’invasione di “Windows Messenger” (MSN): una vera e propria bomba mediatica che si è insediata con una velocità sconcertante nei computer dei ragazzi di tutto il mondo.

Una risorsa, per molti una trappola, per i più una necessità: poter essere sempre connessi con una voce muta fatta di parole digitate sempre più rapidamente.

Ma il modo di condividere cambia e si evolve con la nascita del blog: un diario online sul quale è possibile scrivere con colori, grafie e grandezze diverse; un luogo virtuale dove si possono caricare foto, immagini, elenchi di preferenze riguardanti film e libri.

Un libro aperto che non si può sfogliare, ma si può scorrere con gli occhi e a suon di click, scoprendo molto più di quello che l’autore lasci percepire di sé nella realtà.

Leggendo un blog si scoprono fragilità, insicurezze ed esperienze solitamente di ragazzi all’apparenza intatti e insospettabili.

Non è soltanto sapere di essere letti, guardati da uno sconosciuto che si trova dall’altra parte dello schermo, dove le sensazioni sono inavvertibili e a dir poco inesistenti.

Quello sconosciuto può diventare conoscente, gli basta “postare” un commento al blog del proprietario e iniziare a condividere con lui il proprio pensiero, forse possono addirittura diventare amici. Virtualmente, s’intende. Ma un giorno potrebbero sempre incontrarsi nella vita vera.

Sembra assurdo?

Il promo di “Touch”, una nuova serie tv in onda in questi giorni su Sky esordisce così:

“7.080.360.000 persone, solo alcuni di noi vedono come sono connesse. Oggi manderemo più di 300 miliardi di email, 19 miliardi di sms e ci sentiamo comunque soli. In media diciamo 2250 parole al giorno a 7,4 altre persone; queste parole saranno usate per ferire o per confortare? Un’ antica leggenda cinese parla del filo rosso del destino, dice che gli dei hanno attaccato un filo rosso alla caviglia di ciascuno di noi, collegando tutte le persone le cui vite sono destinate a toccarsi. Il filo può allungarsi, o aggrovigliarsi, ma non si rompe mai.”

Leggenda o meno, in queste parole è racchiusa la verità del nostro tempo: siamo soli, ma abbiamo l’impressione di sentirlo meno quando condividiamo.

Non esiste alcun tipo di controllo sufficientemente adeguato su quello che viene scritto e caricato su Internet, vorrebbe dire avere una visione totale e continua su un’area tre volte più vasta del deserto del Sahara.

E così, se una ragazza fragile cerca una risposta al suo stato d’animo digitando sulla barra di ricerca di Google può trovare conforto nelle parole di ragazze altrettanto fragili, forse più di lei.

Impara a conoscere termini come “pro”, che fino a quel momento aveva cercato solo sul vocabolario di lingua latina e forse sa già che vuol dire “favorevole”; quello che non sa è che può essere abbinato ad altre misteriose paroline pericolose.

Ad esempio “ana”, ad esempio “mia”.

Clinicamente queste due parole, la prima un prefisso e la seconda un suffisso, corrispondono ai due disturbi alimentari che colpiscono più frequentemente i ragazzi e gli adulti di oggi: “anoressia” e “bulimia”.

Sono due facce della stessa medaglia, due gemelle cattive che lottano per prevalere e averla vinta sul corpo di chi ne soffre, che impotente lascia che se ne impossessino.

Se quel corpo, ma soprattutto quell’anima che ne sono vittime non ne vengono liberate possono essere portate alla morte, senza un briciolo di pietà, a parte quella che si legge negli occhi di chi le guarda senza poterle comprendere.

Le visite e le iscrizioni ai blog che inneggiano al raggiungimento di quel fisico “perfettamente” scheletrico servendosi di “ana”, la malattia che si droga del senso di onnipotenza nel riuscire a controllare il bisogno primario di un essere vivente, sono in continua crescita.

Quelle relative a “mia”, la malefica sorella di “ana” che sfoga nel nutrirsi compulsivamente il bisogno di soffocare il rimprovero per non essere abbastanza, non sono da meno.

E non c’è modo di fermarle, se non facendo muro, informando, scrivendo e parlando.

“Ana” e “Mia” sono la perfetta soluzione per avere la certezza di vivere morendo dentro.

Perché è proprio da lì, da dentro che parte tutto: quello che si agita all’altezza della bocca dello stomaco e si espande in tutto il corpo non va soffocato.

Va ascoltato, compreso, nutrito.

Finora l’informazione non è riuscita ad imporsi e diffondersi abbastanza, ma il sito di Vogue.it ha lanciato un’importante iniziativa per rendere tutti più consapevoli e meno indifferenti.

Si può essere sani senza sfiorare il confine tra la vita e la morte, si può essere capaci di guardarsi allo specchio di un camerino senza scrutare con diffidenza ogni minimo difetto su quell’immagine riflessa, si può imparare a dar vita alla propria anima prendendosi cura del proprio corpo e viceversa.

Nella parola “mangiare” non sono inclusi prefissi e suffissi che abbiano a che vedere con il male e con il dolore, imparare a riconoscerlo e ricordarselo è il primo passo per sentirsi vivi.

Il corpo ha bisogno di movimento, di correre, di saltare, di tonificarsi.

Ma sempre senza esagerare: è questo il segreto.

La comprensione è arrivata, l’informazione la sta raggiungendo, la determinazione è al traguardo: adesso tocca a voi.

Datevi l’opportunità di essere felici, perché credetemi, non esiste nessun’altro che la meriti più di voi stessi.

 

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Perché quel silenzio è un proiettile già conficcato nel cuore

Italia, cronaca nera, ultima settimana: una sequenza dell’orrore che ha ben poco a che fare con la casualità.

Non è un errore dei giornali, non si tratta dello stesso omicidio raccontato due volte: sono sei diverse mani di uomini, sporche di una violenza contagiosa e inaudita.

Domenica quattro Marzo, Brescia. Mario Albanese, camionista di 34 anni uccide la propria ex moglie e altre tre persone: un amico di lei, la figlia ventenne della donna e il fidanzato della ragazza.

Ad assistere alla strage le tre figlie piccole della coppia, risparmiate alla morte da un padre che le ha ferite nel cuore in modo indelebile.

Lunedì cinque Marzo, Verona. Giovanni Lucchese, concessionario d’auto di 56 anni strangola la compagna con un foulard, al rientro da un viaggio in Kenya. L’uomo si è poi costituito ai carabinieri.

Ancora Lunedì cinque Marzo, stavolta a Piacenza. Rosario Costa, muratore di 56 anni spara alle spalle della sua donna cinque colpi di pistola, mentre lei camminava nel centro della città. Alcune ore dopo, l’uomo si è suicidato.

Francesca Alleruzzo, Gabriella Falzoni e Esmeralda Hilsa Romero: sono questi i nomi delle donne che non ci sono più.

Tre per tutte: vittime di quello che è difficile definire sentimento, figuriamoci gelosia per amore.

Luca Dini, direttore di Vanity Fair commenta l’accaduto nel suo ultimo post “Per favore, non chiamatelo amore” (http://carodirettore.vanityfair.it/2012/03/05/per-favore-non-chiamatelo-amore/) : «Difficile distinguere fra amore e violenza» può esserlo per le povere donne che ci si trovano in mezzo, non può e non deve esserlo per noi, perché nel gesto di Mario Albanese non c’è niente dell’amore, mentre c’è tutto di una cultura che (ancora?) vede la donna come possesso e la sua scelta di amare un altro come tradimento insopportabile.

Erano proprio “quelle povere donne” ad essersi sentite intrappolate nella morsa di un sentimento malato, indifese di fronte all’irrazionalità omicida di uomini che sostenevano di amarle e sole a combattere per riscattare la propria identità.

Perché forse quel guizzo di follia negli occhi del loro uomo lo conoscevano già, a quei gesti di rabbia inconsulta avevano assistito più volte e su insulti e minacce avevano pianto fiumi di lacrime per anni.

Probabilmente cercavano di volersi bene, di proteggersi rifugiandosi nel loro piccolo guscio del silenzio, dove tutti potevano vederle soffrire e nessuno sapeva aiutarle.

E come loro, ce ne sono tante altre. Tantissime. Che vedendo tracce di sé stesse in Francesca, Gabriella ed Esmeralda si sentono già un po’ morte dentro. Condannate.

E il loro silenzio le allontana ancora di più dalla salvezza.

In Italia esistono molte associazioni che si occupano della tutela delle donne, solo per citarne alcune:”Pronto Donna“, “Codice Donna“, “Doppia Difesa” (quest’ultima fondata da Michelle Hunziker e dall’avvocato Giulia Bongiorno).

Donne che aiutano le donne, per “un nuovo inizio e la fine dell’era della violenza”, come recita la campagna di Doppia Difesa.

Finirà mai davvero quest’era?

E’ bastato un omicidio per scatenarne altri due: quegli uomini sono figli della loro storia, ma anche della nostra storia, come società che fatica a riconoscere l’indipendenza emotiva delle donne.

Non siamo oggetti in possesso o in prestito, non siamo terre da contendere o da radere al suolo.

Siamo fiori da innaffiare e di cui prendersi cura, siamo tramonti da ammirare, siamo vita da cui nasce vita.

Domani è la nostra festa, in ricordo delle conquiste economiche, politiche e sociali ottenute nel corso del tempo, per riconoscere “gli sforzi della donna in favore della pace e la necessità della sua piena e paritaria partecipazione alla vita civile e sociale”.

Il silenzio sarà solo per ricordare chi ha combattuto fino a qualche giorno fa e ora può riposare in pace.

Ma è necessaria una gran voce, per urlare tutto quello che rimane in quel guscio e rimbomba solo nelle nostre orecchie.

 

 

 

 

 

 

 

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A tutte le Style Bloggers!

Buona Domenica a tutte!

Oggi ho già pubblicato un post, ma mentre davo un’occhiata agli altri blog, mi è venuta un’idea (a voi giudicare se possa essere utile o meno): mi sono accorta che su Facebook non esiste una pagina per i bloggers di Style.it e così ho pensato di aprirne una, naturalmente non ufficiale.

In questa pagina potremo postare i link dei nostri ultimi pezzi o di quelli che ci interessano, in modo tale da rendere più veloce e pratica la navigazione a chi ci legge.

Il nome della pagina è “Style.it Bloggers” (https://www.facebook.com/styleitbloggers): Che cosa ne pensate?

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